Regina marcata tra le operaie su un telaino

Colonia di api: come è organizzata la famiglia, quante api ci sono, compiti, covata, danza e temperatura

Colonia di api: regina, operaie e fuchi, quante api nei mesi al Nord e al Sud, compiti per età, nido, danza, caldo e come stimare la forza su una Dadant-Blatt.

Una colonia di api, che gli apicoltori italiani chiamano famiglia, è formata da una sola regina che depone, da decine di migliaia di operaie che svolgono tutto il lavoro cambiando mestiere con l’età e, tra primavera ed estate, da qualche centinaio o qualche migliaio di fuchi. Secondo l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie conta da 30.000 a 70.000 api quando le risorse abbondano e scende intorno alle 6.000 in inverno. Non c’è un capo: la famiglia si regola con i feromoni, il contatto continuo tra le api e la temperatura del nido, che resta intorno ai 35 °C finché c’è covata.

Capire questa organizzazione serve a leggere un’arnia aperta. In Italia c’è una complicazione in più: tra la Pianura Padana, l’Appennino e le coste della Sicilia la stessa famiglia vive anni molto diversi.

Quante api ci sono in una famiglia, mese per mese?

I numeri di riferimento

Il dato dell’IZSVe è un ordine di grandezza: la popolazione cambia con la sottospecie, la regina, l’annata, la zona e soprattutto il mese. Una famiglia non è mai “di 50.000 api”: lo è per qualche settimana, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate.

Un’idea di quanto vari viene da uno studio siciliano dell’Università di Catania (Mazzeo e colleghi, Naturalista Siciliano, 2023), che tra aprile 2014 e aprile 2015 ha stimato api e covata in 13 famiglie di ape sicula e 14 di ligustica allevate in arnie Dadant-Blatt. Le cifre sono api presenti sui favi durante la visita, quindi senza le bottinatrici in volo:

Data del controllo Api sui favi, sicula Api sui favi, ligustica Covata, sicula (dm²) Covata, ligustica (dm²)
inizio aprile 2014 11.300 15.481 40,5 47,3
inizio maggio 15.210 17.246 50,1 61,9
inizio giugno 17.389 14.591 45,3 48,9
inizio luglio 13.162 12.805 25,5 41,2
metà agosto 13.479 12.695 23,7 35,1
inizio settembre 11.946 10.827 18,3 23,4
metà ottobre 6.712 6.645 14,7 17,6
metà novembre 8.147 8.117 11,2 9,8
inizio marzo 2015 19.682 10.526 44,7 30,1

Tre cose saltano all’occhio. A metà novembre in Sicilia c’era ancora covata in entrambe le sottospecie. A inizio marzo la sicula aveva già quasi 45 dm² di covata e quasi 20.000 api, più della ligustica. E la ligustica ha tenuto più covata in primavera ed estate (41 dm² a luglio contro 25). Gli autori avvertono però che le differenze tra le due sottospecie non sono risultate statisticamente significative: sono tendenze, non regole.

Nord, Centro, Sud: tre andamenti diversi

Periodo Pianura Padana e Alpi Centro e Appennino Coste del Sud, Sicilia e Sardegna
Dicembre-gennaio glomere, covata assente o minima glomere, poca covata sulla costa covata ridotta ma spesso presente
Febbraio-marzo ripresa lenta della deposizione ripresa con salici e fruttiferi sviluppo rapido con mandorlo e asfodelo
Aprile-giugno picco di popolazione con robinia e tiglio picco con sulla e robinia picco con agrumi e sulla, poi primo calo
Luglio-agosto popolazione ancora alta, covata in calo calo, rischio di vuoto di nettare caldo e siccità: covata ridotta, a volte quasi ferma
Settembre-novembre nascita delle api invernali, fuchi cacciati api invernali, edera seconda ripresa con edera, carrubo, eucalipto tardivo

Le date delle fioriture zona per zona sono nel nostro calendario apistico. Qui conta il principio: al Nord la famiglia ha un solo ciclo (crescita primaverile, picco, contrazione autunnale, riposo), al Sud spesso ne ha due, con un rallentamento estivo dovuto a caldo e mancanza di nettare e una ripresa autunnale.

Regina, operaie e fuchi: chi fa che cosa?

Regina Operaia Fuco
Quanti per famiglia una da alcune migliaia in inverno a decine di migliaia in stagione da zero in inverno a qualche centinaio o migliaio in primavera-estate
Origine uovo fecondato, larva nutrita solo con pappa reale uovo fecondato uovo non fecondato
Sviluppo dall’uovo all’adulto 16 giorni 21 giorni 24 giorni
Compito deporre, unire la famiglia con i feromoni tutto il resto fecondare le regine
Durata della vita 2-3 anni di vita produttiva, al massimo 4-5 5-6 settimane d’estate, alcuni mesi d’inverno alcune settimane, dalla primavera all’autunno

La regina è l’unica femmina fecondata della famiglia: in primavera depone fino a 1.500-2.000 uova al giorno. Non comanda, ma il suo feromone dice a tutte le api che è presente e fertile, frena l’allevamento di altre regine e lo sviluppo delle ovaie delle operaie. Tutto quello che la riguarda (fecondazione, marcatura, sostituzione, ligustica e sicula) è nella guida all’ape regina.

Le operaie sono femmine con ovaie atrofizzate. Puliscono, nutrono, costruiscono, difendono, bottinano e regolano la temperatura. Sono loro a decidere quante celle reali allevare, quando cacciare i fuchi e quando sciamare.

I fuchi non bottinano, non costruiscono e non hanno pungiglione. Il loro compito è accoppiarsi con le regine vergini, quasi sempre di altre famiglie, nelle aree di raduno descritte da Rangel e Fisher (Apidologie, 2019) a 10-40 m dal suolo. Il fuco che si accoppia muore subito.

Come cambiano i compiti dell’operaia con l’età?

Il polietismo d’età

L’operaia non nasce bottinatrice: ci arriva dopo circa tre settimane passate dentro l’arnia. Questa successione di mestieri si chiama polietismo d’età. Il manuale di apicoltura dell’agenzia LAORE Sardegna lega ogni mestiere alle ghiandole attive a quell’età; la tabella segue la sua sequenza:

Età (giorni dalla nascita) Mestiere principale Che cosa serve
1-3 pulitrice pulisce e disinfetta le celle in cui la regina deporrà
da 3 a circa 10 nutrice le ghiandole del capo producono la pappa reale per larve e regina
intorno a 10-18 ceraiola o costruttrice, magazziniera le ghiandole della cera sono attive: costruisce favi, opercola, riceve e lavora il nettare
intorno a 18 ventilatrice ventila all’ingresso ed espone la ghiandola di Nasonov
da circa 21 guardiana, poi bottinatrice la ghiandola del veleno è attiva: difende l’ingresso, poi esce per nettare, polline, acqua e propoli

L’IZSVe usa una divisione più semplice: nutrice fino a circa 10 giorni, costruttrice e guardiana tra 10 e 20, bottinatrice da 20 giorni in poi. In entrambi i casi la prima metà della vita si passa dentro, la seconda fuori.

Un calendario elastico

Queste età sono medie, non regole. La rassegna di Brian Johnson sulla divisione del lavoro (Behavioral Ecology and Sociobiology, 2010) mostra che le api si spostano tra i compiti secondo i bisogni della famiglia: se mancano bottinatrici, alcune api giovani anticipano l’uscita; se mancano nutrici, alcune bottinatrici tornano a produrre pappa reale.

Il meccanismo è in parte chimico. Laura Bortolotti e Cecilia Costa, allora al CRA-API di Bologna, oggi CREA Agricoltura e Ambiente, spiegano che le bottinatrici producono nella borsa melaria oleato di etile, una sostanza che passata alle api giovani ritarda il loro passaggio al bottinamento. Quando le bottinatrici muoiono o invecchiano il freno si allenta e altre api giovani diventano bottinatrici. Così una famiglia che perde molte bottinatrici si riorganizza, al prezzo di una covata meno curata.

Api estive e api invernali

L’operaia nata in primavera o in estate vive circa 5-6 settimane (la durata media che l’IZSVe indica per l’operaia, senza distinguere la stagione), consumata dal lavoro di nutrice e dai voli. Il manuale LAORE ricorda che le operaie vivono di meno nella stagione produttiva perché l’allevamento della covata le logora. L’ape nata a fine estate e in autunno, che alleva poca covata, accumula riserve nel corpo e vive alcuni mesi: è lei a scaldare il glomere e ad allevare le prime generazioni dell’anno dopo.

Per questo la covata di agosto e settembre conta tanto. Le api che nasceranno allora devono essere sane: se le larve vengono parassitate dalla varroa, le api invernali vivono meno e la famiglia si spopola tra dicembre e febbraio, anche con il nido pieno di miele. Al Sud, dove la deposizione non si ferma, il ricambio continua anche d’inverno e le api davvero longeve sono meno numerose.

I fuchi: quanti sono e quando vengono cacciati?

Dalla primavera alla fine dell’estate

Secondo l’IZSVe una famiglia ospita “alcune centinaia” di fuchi; nelle famiglie forti, a fine primavera, possono essere qualche migliaio. Nascono in celle più larghe di quelle da operaia, che le api costruiscono soprattutto ai bordi e negli angoli bassi dei favi, e dove il foglio cereo è rovinato. Il manuale LAORE ricorda che la loro vita va “dalla primavera all’autunno”.

La comparsa dei fuchi segue il risveglio della famiglia: in Sicilia e sulle coste del Sud la covata maschile può comparire già a fine inverno, nella Pianura Padana di solito ad aprile, sulle Alpi più tardi. Per l’apicoltore è un segnale pratico: niente fuchi maturi, niente fecondazione delle regine.

La cacciata

Secondo l’IZSVe le operaie lasciano morire i fuchi alla fine dell’estate. Smettono di nutrirli, li spingono verso il bordo dei favi e fuori dall’ingresso, dove muoiono di fame e di freddo. Indicativamente:

  • Nord e Alpi: di solito tra la fine di agosto e settembre, con la fine dei raccolti; in autunni miti gli ultimi restano fino a ottobre.
  • Centro e Sud: più variabile. Un’estate secca, con il vuoto di nettare di luglio e agosto, può anticipare l’espulsione; un autunno con edera, inula o carrubo la ritarda.

Una famiglia che a ottobre-novembre tiene ancora molti fuchi, mentre le vicine li hanno cacciati, va aperta: può essere orfana o avere una regina fucaiola. Una famiglia orfana tiene i fuchi.

Una quota di covata maschile in primavera è normale. Diventa un problema quando compare in celle da operaia, sparsa e con opercoli bombati: indica una regina fucaiola o api fucaiole.

Com’è organizzato il nido sui favi?

La disposizione tipica

In una famiglia in buona salute il nido ha una struttura riconoscibile, che si vede bene nei favi da nido di una Dadant-Blatt:

  • Al centro dell’arnia, al centro dei favi: la covata. Il manuale LAORE descrive la regina che comincia “dal centro dei favi, proseguendo verso l’esterno con un andamento a spirale”. Sui favi centrali la covata forma un’ellisse che occupa gran parte della facciata.
  • Intorno alla covata: una fascia di polline, a portata delle nutrici.
  • In alto e ai lati: la corona di miele, che sui favi centrali occupa la parte superiore e sui favi laterali quasi tutta la superficie.
  • Ai favi esterni e vicino al diaframma: scorte di miele e polline, celle vuote, a volte favi da costruire.

La covata si legge anche per età. Le uova stanno nell’anello più esterno della zona di deposizione, la covata opercolata al centro: la regina ha cominciato da lì. Una covata compatta, con tutti gli stadi in fasce ordinate, indica una regina che depone bene e una famiglia senza problemi gravi.

Quando la disposizione cambia

  • Covata spinta in basso, celle della covata riempite di nettare: il nido si intasa. È uno dei segnali di sciamatura in arrivo, come le celle reali sui bordi.
  • Covata sparsa, a mosaico: regina vecchia, malattie della covata, varroa o consanguineità. Va capita prima di cambiare la regina.
  • Covata dispersa verso i favi esterni con il caldo: lo studio di Weinberg e colleghi (Frontiers in Ecology and Evolution, 2023) ha riscaldato per sei settimane, negli Stati Uniti, alcuni nuclei di ligustica a 41 ± 2 °C dalle 8 alle 16. La covata non è diminuita, ma era meno concentrata al centro del nido e le scorte di miele e nettare sono risultate sempre inferiori a quelle delle famiglie di controllo. Difendersi dal caldo costa scorte: è la situazione di molte arnie al sole del Sud in luglio.
  • Grandi archi di polline e niente covata in piena stagione: famiglia orfana o in blocco di deposizione.

Come comunicano le api?

La danza delle bottinatrici

La bottinatrice che ha trovato una buona fonte di nettare o polline torna all’arnia e “danza” sui favi, al buio, tra le compagne che la seguono con le antenne. Karl von Frisch, che ha decifrato queste danze, ha ricevuto per questo il premio Nobel per la fisiologia o la medicina nel 1973.

Renzo Barbattini dell’Università di Udine, in un articolo divulgativo per la rivista L’Apis (2015), riassume il codice così:

  • Danza circolare: per fonti a meno di circa 100 metri dall’alveare. Indica che c’è cibo vicino, senza una direzione precisa; l’odore dei fiori portato dalla danzatrice fa il resto.
  • Danza dell’addome (a otto, o scodinzolante): oltre i 100 metri. Durante il tratto rettilineo l’ape scuote l’addome 13-15 volte al secondo.
  • La direzione è data dall’angolo del tratto rettilineo rispetto alla verticale del favo, che corrisponde all’angolo tra la fonte e il sole.
  • La distanza è data dal ritmo: se in 60 secondi la danzatrice percorre il tratto rettilineo 24 volte, la fonte è a circa 500 metri; se lo percorre 8 volte, a 2.500-3.000 metri.

L’IZSVe indica 1,5 km come raggio tipico di bottinamento, ma le api possono spingersi molto più lontano quando vicino non c’è niente. La soglia tra danza circolare e danza dell’addome varia un po’ tra sottospecie: von Frisch parlava di “dialetti” e la questione è ancora discussa.

I feromoni

La comunicazione più continua però è chimica. Bortolotti e Costa descrivono, oltre al feromone della regina:

  • Feromone della covata: una miscela di 10 esteri di acidi grassi prodotta dalle larve in quantità crescente con l’età, a cui si aggiunge l’(E)-β-ocimene, volatile, emesso soprattutto dalle larve giovani. Insieme frenano lo sviluppo delle ovaie delle operaie e regolano la maturazione delle api giovani: la covata “chiede” nutrici e bottinatrici.
  • Feromone di Nasonov: sette composti volatili che le operaie diffondono esponendo una ghiandola dell’addome e ventilando. Serve a segnare l’ingresso, a radunare lo sciame e a segnalare le fonti, soprattutto d’acqua.
  • Feromone d’allarme: prodotto soprattutto dall’apparato del pungiglione, con l’acetato di isopentile come componente principale. Dal pungiglione sono stati identificati più di 40 composti. È l’odore di banana che richiama altre api a pungere nello stesso punto, e il motivo per cui si affumica l’ingresso.
  • Impronte delle zampe: le ghiandole tarsali lasciano tracce sui favi e all’ingresso.

Decisioni senza capo

La decisione più importante, dove andare a vivere, la prende lo sciame. Come riassume il Cornell Chronicle presentando il libro di Thomas Seeley Honeybee Democracy (2010), qualche centinaio di esploratrici, tra le api più vecchie, visita da 10 a 20 cavità possibili; ognuna danza più a lungo per i siti migliori, e lo sciame parte quando il numero di api presenti in un sito supera una soglia. Nessuna ape conosce tutte le opzioni.

Come fanno le api a tenere la covata a 35 °C?

Il riscaldamento

La covata ha bisogno di una temperatura stabile. Kleinhenz e colleghi (Journal of Experimental Biology, 2003) hanno misurato nelle celle di covata valori tra 33,6 e 35,1 °C. Le api riscaldatrici contraggono i muscoli del volo senza muovere le ali e scaldano il torace fino a 34-42,5 °C; poi si infilano nelle celle vuote sparse nella covata e scaldano le pupe dall’interno, oppure si appoggiano sugli opercoli.

Lo sforzo cresce con il freddo. Stabentheiner e colleghi (PLOS ONE, 2010) hanno trovato che con 15 °C all’esterno il 47,6% delle api con più di due giorni presenti sulla covata era impegnato a scaldare, contro lo 0,5% con 34 °C. La temperatura non è un dettaglio: Tautz e colleghi (PNAS, 2003) hanno allevato pupe a 32, 34,5 e 36 °C e quelle tenute a 32 °C sono diventate api adulte con capacità di apprendimento e di danza peggiori.

Il glomere invernale

In inverno le api si stringono in glomere sui favi centrali, con le api esterne che fanno da isolante. Senza covata il centro del glomere resta intorno ai 22 °C; appena la regina riprende a deporre sale a 34-35 °C, con un consumo di miele molto più alto. Da qui un fatto noto agli apicoltori del Sud: in un inverno mite, con covata continua, le scorte calano più in fretta che in un inverno freddo del Nord. Per questo al Sud il peso delle arnie va controllato anche a gennaio e febbraio.

Il raffreddamento, l’acqua e la barba

Con il caldo il problema si rovescia. Le api ventilano all’ingresso e dentro l’arnia, spargono goccioline d’acqua sui favi e sugli opercoli e lasciano evaporare, e una parte della famiglia esce.

Ostwald, Smith e Seeley (Journal of Experimental Biology, 2016) hanno riscaldato con una lampada il nido di due famiglie, puntando a 40 ± 2 °C. Senza acqua il nido saliva di 1,3-2,6 °C all’ora fino a 43,3 e 43,7 °C. Restituita l’acqua, la raccolta è passata da 3-6 g a più di 21 g ogni mezz’ora e il nido è sceso di 4-6 °C. Lo studio mostra anche come si attiva la raccolta: le api del nido chiedono liquido alle ex bottinatrici d’acqua, che riprendono a volare. La ventilazione e il raggrupparsi delle api fuori dall’arnia aumentavano subito, ma da soli non fermavano il surriscaldamento.

Quel raggruppamento è la barba, il grappolo di api ferme sul fronte dell’arnia nelle sere afose. Libera il nido dal calore dei corpi e lascia spazio all’aria ventilata. Il manuale LAORE ricorda però che in primavera “gruppi compatti di api all’esterno dell’arnia” possono indicare l’intenzione di sciamare: la stessa immagine ha due letture, e la differenza la fanno il mese, la temperatura e lo spazio nel nido.

In pratica, nelle estati italiane:

  • acqua vicina e sempre disponibile: il manuale LAORE la definisce “di importanza vitale” quando mancano fonti naturali, e ricorda che le api preferiscono spesso acqua stagnante, più ricca di sali minerali;
  • ombra nelle ore calde al Sud e nelle pianure interne, tetti chiari, coprifavo con apertura per la ventilazione;
  • nessuna visita nelle ore più calde: aprire un’arnia a 38 °C spezza la regolazione e scioglie la cera dei favi nuovi;
  • spazio: una famiglia forte senza melario d’estate fa la barba anche per mancanza di spazio.

Il rallentamento estivo al Sud

Nelle zone calde la famiglia risparmia anche riducendo la covata. Nello studio siciliano di Mazzeo e colleghi la covata della sicula è scesa da 45 dm² a inizio giugno a circa 25 dm² a luglio e agosto, quasi dimezzata, mentre le api sui favi calavano molto meno, da circa 17.400 a 13.200-13.500. Molti apicoltori del Sud osservano nelle estati più secche una deposizione quasi ferma fino alle prime piogge: non è un’orfanità, ma va distinta da quella controllando se ci sono uova fresche.

Come si legge la forza di una famiglia su una Dadant-Blatt?

Il metodo Liebefeld adattato al favo italiano

Il metodo più usato nella ricerca per stimare la forza di una famiglia senza contare le api è il metodo Liebefeld, messo a punto in Svizzera da Imdorf e colleghi (Apidologie, 1987) e oggi diffuso in inglese da Agroscope (Dainat e colleghi, Apidologie, 2020). Gli osservatori esperti, secondo questa nota, stimano le api adulte con un’accuratezza superiore al 96% e la covata opercolata al 99%; la covata aperta è molto più difficile da stimare (65%).

Il principio è semplice: favo per favo, si stima quale frazione di ogni facciata è coperta da api, e si moltiplica per il numero di api che occupa una facciata piena. Agroscope indica 1.400 api per una facciata Dadant di 11,3 dm² e 1.200 per il favo svizzero di 9,3 dm², cioè 125-130 api per dm². Per la covata si conta che un dm² di facciata contenga circa 400 celle da operaia.

Il favo da nido Dadant-Blatt usato in Italia porta un foglio cereo di 41 x 26 cm, che le api allungano fino al legno del telaino: la superficie utile è di circa 11 dm² per facciata, praticamente quella del favo Dadant del metodo. Applicando le densità di Agroscope si ottengono questi valori, che sono nostre stime e non misure pubblicate per la D.B.:

Che cosa vedi Stima per il favo da nido D.B.
Una facciata interamente coperta di api circa 1.400 api
Un favo coperto sulle due facce circa 2.800 api
Una facciata interamente di covata opercolata circa 4.500 celle (meno, in pratica, per la corona di miele)

Dai favi coperti al numero di api

Favi coperti di api (D.B. da 10) Api sui favi, nostra stima Situazione tipica
3 circa 8.500 nucleo, famiglia debole, glomere invernale piccolo
5 circa 14.000 famiglia in sviluppo, glomere invernale buono al Nord
8 circa 22.500 famiglia forte in primavera
10 (nido pieno) circa 28.000 pronta per il melario, più le bottinatrici fuori
12 (D.B. da 12) circa 33.500 nido pieno di una 12 favi

Le bottinatrici in volo non sono contate: in piena giornata di raccolto possono essere una quota importante della famiglia. Per questo le stime si fanno al mattino presto o in giornate di poco volo.

Il manuale LAORE, scritto per la Sardegna e costruito sulla D.B., indica di invernare famiglie su almeno otto favi coperti di api. Il numero però non basta: una famiglia grande ma piena di varroa, con api invernali malate, si spopola comunque.

Dalla covata alla forza futura

La covata permette di prevedere la popolazione delle settimane successive. Una regina che depone 1.500 uova al giorno mantiene circa 31.500 celle di covata da operaia in sviluppo (21 giorni x 1.500): con le nostre stime, l’equivalente di circa 7 facciate piene, cioè 3-4 favi da nido D.B. interamente di covata, che in pratica sono distribuiti su 6-8 favi con la corona di miele. Ogni facciata piena di covata opercolata vista oggi vuol dire circa 4.000-4.500 api nuove nei prossimi 12 giorni.

Il metodo Liebefeld ripete le stime ogni tre settimane, il tempo di sviluppo di un’operaia: un buon ritmo anche per confrontare le proprie famiglie.

Che cosa dice la sottospecie

La ligustica, ape autoctona della penisola, e la sicula, ape nera della Sicilia, sono due api diverse anche nel ritmo della famiglia: nello studio di Catania la sicula ha tenuto, come tendenza, meno covata in estate e più a fine inverno. Lo studio genomico di Minozzi e colleghi, con il CREA di Bologna (Animals, 2021), ricorda però che parte delle famiglie dette ligustica ha geni di altre razze. Il confronto tra le razze allevate in Italia è nella pagina sulle razze di api.

Che cosa guardare quando apri l’arnia?

  1. Prima di aprire, guarda l’ingresso: polline in entrata vuol dire covata da nutrire; api che trascinano fuchi, fine stagione; barba, caldo o sciamatura; api morte, un problema da capire.
  2. Conta i favi coperti dal coprifavo e poi favo per favo, stimando le frazioni di ogni facciata. Somma e dividi per due.
  3. Conta le facciate di covata e guarda la forma: compatta e ordinata, oppure sparsa.
  4. Cerca le uova: una per cella, ritta sul fondo. Provano che la regina c’era meno di tre giorni fa, anche se non la vedi.
  5. Guarda le scorte: corona di miele, polline intorno alla covata, favi laterali. In autunno una D.B. da 10 ha bisogno di diversi favi di miele, più al Nord che al Sud.
  6. Cerca i segnali di cambiamento: cupolini con uova o celle reali, celle maschili, covata intasata dal nettare.
  7. Annota tutto sulla scheda dell’arnia: le stime contano soprattutto confrontate con quelle della visita precedente.

Domande frequenti

Quante api ci sono in un alveare?

Secondo l'IZSVe una famiglia conta da 30.000 a 70.000 api quando le risorse abbondano e scende intorno alle 6.000 in inverno. In una Dadant-Blatt da 10 favi il nido pieno di api ne ospita circa 28.000 sui favi, secondo la nostra stima dai dati Agroscope, più le bottinatrici in volo. Al Sud il calo invernale è meno marcato.

Chi comanda nell'alveare?

Nessuno. La regina depone e diffonde feromoni che segnalano la sua presenza, ma non dà ordini. Le scelte della famiglia, come il nuovo nido di uno sciame, nascono da migliaia di contatti tra operaie: centinaia di esploratrici danzano per i siti trovati e la famiglia parte quando un sito raccoglie abbastanza visitatrici. Si parla di superorganismo, non di gerarchia.

Quanto vive un'ape operaia?

Dipende dalla stagione. L'operaia nata in primavera o in estate vive circa cinque-sei settimane, consumata dalla cura della covata e dal bottinamento. Quella nata in autunno, che alleva poca covata, vive alcuni mesi e porta la famiglia fino alla primavera. Al Sud, dove la covata quasi non si ferma, le api davvero longeve sono meno numerose.

Quando vengono cacciati i fuchi?

Le operaie li lasciano morire alla fine dell'estate, quando calano i raccolti e la famiglia non alleva più regine. Al Nord succede di solito tra fine agosto e settembre; in un'estate secca può cominciare prima, mentre dove l'autunno porta ancora nettare slitta di qualche settimana. Una famiglia che a ottobre tiene molti fuchi va controllata: può essere orfana.

Perché le api fanno la barba davanti all'arnia?

La barba è un grappolo di api ferme sul fronte dell'arnia. In estate serve a liberare il nido dal calore e a far passare l'aria ventilata dalle operaie. In primavera, secondo il manuale LAORE, gruppi compatti e calmi all'esterno possono segnalare l'intenzione di sciamare. Prima di allarmarti guarda temperatura, spazio nel nido e celle reali.

Come si contano i favi coperti di api?

Apri l'arnia senza fumo eccessivo e, favo per favo, stima quanta parte di ciascuna facciata è coperta da api: intera, metà, un quarto. Somma le frazioni e dividi per due per avere i favi coperti. Agroscope conta circa 1.400 api per una facciata Dadant piena, un formato quasi uguale al favo da nido D.B.: un favo coperto sulle due facce ne porta circa 2.800.

A che temperatura le api tengono la covata?

Intorno ai 35 °C. Lo studio di Kleinhenz e colleghi ha misurato nelle celle di covata valori tra 33,6 e 35,1 °C. Sotto i 34 °C le pupe nascono adulte con capacità di apprendimento peggiori. In inverno il glomere senza covata tiene il centro intorno ai 22 °C, ma sale a 34-35 °C appena la regina riprende a deporre.

Le api del Sud allevano covata anche in inverno?

Spesso sì. In Sicilia uno studio dell'Università di Catania ha trovato ancora covata a metà novembre e una covata già abbondante a inizio marzo, soprattutto nell'ape sicula. Sulle coste del Sud e delle isole la deposizione rallenta in inverno senza fermarsi del tutto, mentre la pausa più netta arriva spesso con la siccità estiva.

Fonti

  1. Api... indispensabili, non solo per il miele (Appunti di scienza 9, III edizione), Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie
  2. Manuale di apicoltura (a cura di Marco Piu), Agenzia LAORE Sardegna, pubblicato da apicolturaonline.it
  3. Assessment of biological and behavioral characteristics of colonies of Apis mellifera siciliana and Apis mellifera ligustica in Sicily (Naturalista Siciliano, 2023), G. Mazzeo, S. Longo, C. Oliveri, M. Bonforte, R. Catania, C. Costa, Università di Catania (IRIS)
  4. L'ape insetto prodigioso: il suo linguaggio (L'Apis, n. 1, gennaio 2015), Renzo Barbattini, Università di Udine, pubblicato da apicolturaonline.it
  5. Chemical Communication in the Honey Bee Society (Neurobiology of Chemical Communication, 2014), Laura Bortolotti e Cecilia Costa, CRA-API, CRC Press, via NCBI Bookshelf
  6. Estimating the strength of a colony (metodo di stima Liebefeld), Agroscope, Centro di ricerca apicola svizzero
  7. A scientific note on the 'Liebefeld Method' to estimate honey bee colony strength: its history, use, and translation (Apidologie, 2020), B. Dainat, V. Dietemann, A. Imdorf, J.-D. Charrière, Springer
  8. Schätzmethode zur Bestimmung der Volksstärke (Apidologie, 1987), A. Imdorf, G. Buehlmann, L. Gerig, V. Kilchenmann, H. Wille, Apidologie
  9. Division of labor in honeybees: form, function, and proximate mechanisms (Behavioral Ecology and Sociobiology, 2010), Brian R. Johnson, Springer, via PubMed Central
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