Telaino da arnia coperto di api in un apiario nel bosco

Storia dell'apicoltura in Italia: da Varrone e Virgilio all'arnia Dadant-Blatt

Storia dell'apicoltura in Italia: Varrone, Virgilio, Columella e Plinio, la Melissographia del 1625, bugni di sughero e ferula, ligustica e smielatore.

La storia dell’apicoltura in Italia comincia ben prima di Roma, ma è con gli autori latini che diventa un sapere scritto: Varrone, Virgilio, Columella e Plinio descrivono arnie di sughero, di ferula e di vimini molto simili ai bugni che pastori sardi e siciliani hanno usato fino agli anni Ottanta del Novecento. Nel 1625 a Roma nasce la prima immagine di un’ape osservata al microscopio. Nell’Ottocento l’ape ligustica conquista il mondo, a Dolo viene inventato lo smielatore e a Milano e Verona nascono le prime associazioni. Il Novecento porta l’Istituto nazionale di apicoltura di Bologna, l’arnia Dadant-Blatt e, con la varroa, la fine dei bugni.

Quando comincia il rapporto tra uomo e api in Italia?

Le tracce più antiche sono indirette. Al Riparo Dalmeri, sull’Altopiano dei Sette Comuni, a 1.240 metri di quota, gli scavi condotti tra il 2001 e il 2007 hanno restituito 265 pietre dipinte con ocra rossa, datate a circa 13.000 anni fa: sulla loro superficie è stata individuata cera d’api, forse usata come legante o come protettivo. Lo ricorda l’entomologo Paolo Fontana della Fondazione Edmund Mach nel suo capitolo sulla storia dell’apicoltura veneta. È raccolta di prodotti di api selvatiche, non ancora allevamento.

Nell’età del Ferro l’ape entra nell’immaginario. Un elmo di bronzo del VII secolo a.C. attribuito alla cultura dei Veneti antichi, ritrovato a San Severino Marche, porta sull’orlo la figura di un’ape, legata al culto di una divinità femminile, l’Artemide dei Greci o la Reitia dei Veneti.

Aristeo e la Magna Grecia

Nel mondo greco, e quindi anche nelle colonie dell’Italia meridionale e della Sicilia, l’invenzione dell’apicoltura era attribuita ad Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, protettore di pastori, apicoltori e coltivatori di olivo. È proprio la sua storia che Virgilio sceglierà per chiudere il libro delle Georgiche dedicato alle api. Il Mezzogiorno greco era terra di miele: il più celebre apicoltore della letteratura latina, come vedremo, è un vecchio che coltiva il suo orto vicino a Taranto.

Come allevavano le api i Romani?

L’Italia romana ha lasciato la più ricca letteratura apistica dell’antichità. Quattro testi, scritti nell’arco di poco più di un secolo, coprono quasi ogni aspetto del mestiere.

Varrone e il reddito di un apiario

Marco Terenzio Varrone dedica alle api il capitolo 16 del terzo libro del De re rustica, uscito nel 37 a.C. Elenca i materiali delle arnie: vimini intrecciati, legno, corteccia, tronchi cavi, terracotta e fusti di ferula (III, 16, 15). Le arnie di vimini vanno intonacate dentro e fuori con sterco bovino, perché le pareti ruvide non scaccino le api (III, 16, 16). Il suo giudizio è netto: le migliori sono quelle di corteccia, le peggiori quelle di terracotta, che d’inverno gelano e d’estate scottano (III, 16, 17).

Varrone ci lascia anche il primo conto economico dell’apicoltura italiana. Due fratelli, i Veianii, soldati sotto il suo comando in Spagna, avevano un piccolo podere nella zona di Falerii, nell’attuale Tuscia, e dal miele ricavavano, a stima prudente, mai meno di 10.000 sesterzi l’anno (III, 16, 10-11). Sulla nascita delle api, invece, riporta la credenza comune: nascono in parte da altre api, in parte dalla carcassa putrefatta di un bue (III, 16, 4).

Virgilio, il vecchio di Corico e la bugonia

Virgilio conosceva le api da vicino. Secondo una tradizione antica che Fontana riprende, il padre, piccolo proprietario del Mantovano, si arricchì anche con l’apicoltura. Il quarto libro delle Georgiche, composto negli anni Trenta del I secolo a.C., è interamente dedicato alle api: dove collocare l’apiario, come costruire le arnie di sughero o di vimini, come richiamare gli sciami, quando raccogliere il miele, come riconoscere le malattie.

Al centro del libro c’è un ritratto che ogni apicoltore italiano dovrebbe conoscere: il vecchio di Corico (versi 125 e seguenti), originario della Cilicia, che sotto le mura di Taranto, lungo il Galeso, coltiva un piccolo orto su terra povera e ricava dalle sue api il primo sciame della primavera e il miele più abbondante. È l’elogio di un’apicoltura familiare, fatta di piante mellifere, attenzione e misura.

Il libro si chiude con la bugonia (versi 281-314): il rito, attribuito all’Egitto, con cui da un giovane bue ucciso e lasciato decomporre in un ambiente chiuso sarebbe nato un nuovo sciame. Segue il racconto di Aristeo (versi 315-558), che perde le sue api per aver causato la morte di Euridice e le ritrova sacrificando quattro tori e quattro giovenche. Dietro il mito c’è probabilmente un’osservazione distorta: le mosche Eristalis, simili alle api, si sviluppano davvero nella materia in decomposizione. La generazione spontanea delle api resterà un’idea diffusa fino al Seicento.

Columella: sughero, ferula e vimini

Lucio Giunio Moderato Columella, nato a Cadice e proprietario di terreni nel Lazio, scrive nel I secolo d.C. il nono libro del suo De re rustica. Cita come predecessori Igino, che aveva raccolto le opinioni degli autori antichi, Virgilio, che l’argomento “lo ha illuminato con fiori poetici”, e Celso (IX, 2, 1). Sulle arnie è il più preciso: le più utili sono di sughero, perché non gelano d’inverno e non si surriscaldano d’estate; vanno bene anche quelle intrecciate con fusti di ferula, simili alla corteccia; in mancanza di entrambe si usano i vimini di salice. Le peggiori sono di terracotta (IX, 6, 1-2).

Sono esattamente i materiali che l’Italia rurale userà per i successivi diciotto secoli: il sughero in Sardegna, la ferula in Sicilia, i vimini e la paglia al Nord.

Plinio e i primi osservatori

Plinio il Vecchio, morto nel 79 d.C. durante l’eruzione del Vesuvio, raccoglie nell’undicesimo libro della Naturalis historia tutto ciò che si sapeva sulle api. Ricorda che Aristomaco di Soli dedicò 58 anni della sua vita al loro studio e che Filisco di Taso, detto il Selvaggio, visse in luoghi deserti accudendo sciami. Racconta anche di un’arnia di corno trasparente, nella villa suburbana di un ex console vicino a Roma, che permetteva di osservare il lavoro delle api all’interno: un antenato delle arnie da osservazione. Come tutti gli antichi, però, chiama “re” il capo della colonia: che sia una femmina si capirà solo in età moderna.

Una curiosità toponomastica: secondo Fontana il nome di Melara, nel Rodigino, deriverebbe dal latino mellaria, cioè apiari.

Medioevo e Rinascimento: dalla poesia al microscopio

Nel Medioevo l’apicoltura italiana prosegue con le arnie fisse ereditate dall’antichità. Il miele resta il dolcificante principale e la cera, richiesta dalle chiese per i ceri, è un bene prezioso; è un’apicoltura poco documentata, fatta in gran parte nelle campagne e nei monasteri.

Il Rinascimento riporta le api in letteratura. Il fiorentino Giovanni Rucellai scrive Le Api, un rifacimento in volgare del quarto libro delle Georgiche, pubblicato nel 1539, qualche anno dopo la morte dell’autore. È uno dei primi poemi didascalici in lingua italiana.

1625: la prima ape vista al microscopio

La vera svolta è scientifica e avviene a Roma. Nel 1625 l’Accademia dei Lincei, fondata da Federico Cesi, offre a papa Urbano VIII Barberini, nel cui stemma campeggiano tre api, la Melissographia: una grande tavola incisa da Matthäus Greuter che mostra un’ape supina, di profilo e sul dorso, circondata dalle sue parti anatomiche ingrandite. Le osservazioni sono di Francesco Stelluti, linceo di Fabriano. Secondo il Museo Galileo è il primo documento iconografico realizzato con l’ausilio del microscopio.

Nello stesso anno Cesi pubblica l’Apiarium, un unico foglio di 63 per 101 cm che raccoglie informazioni storiche, scientifiche e poetiche sulle api, dedicato anch’esso a Urbano VIII e inviato in anteprima a Galileo il 26 settembre 1625. Con la Melissographia l’Italia entra per prima nella stagione delle osservazioni anatomiche che porteranno, nella seconda metà del secolo, a riconoscere nella “regina” una femmina.

Settecento: Venezia, il Levante e la lotta all’apicidio

La Repubblica di Venezia, con i suoi possedimenti nel Mediterraneo orientale, fa da ponte con le pratiche greche. Fontana segnala che nel 1696 Zuanne Papadopoli, apicoltore cretese, scrisse a Padova le sue memorie, oggi conservate al Museo Correr: già dal 1632, ad Astrakoi vicino a Candia, usava arnie di terracotta a barrette, dalle quali i favi si potevano estrarre singolarmente. Un apicoltore veneziano importò anche api da Cipro, Apis mellifera cypria.

In Italia però prevale ancora l’apicidio: per raccogliere il miele da un bugno si asfissiano le api con il fumo di zolfo e si tagliano tutti i favi. Contro questa pratica si schiera nel 1793 il medico e naturalista vicentino Antonio Turra con le Istruzioni per coltivar utilmente le api e fare gli sciami artificialmente: conservare le famiglie e moltiplicarle con sciami artificiali, invece di distruggerle a ogni raccolto.

Le arnie villiche: bugni di sughero, ferula, tronchi e paglia

Fino al secondo dopoguerra, e in alcune regioni ben oltre, l’apicoltura italiana è soprattutto apicoltura “villica”, fatta con bugni a favi fissi. Il Laboratorio apistico regionale del Friuli Venezia Giulia (Università di Udine) distingue due grandi famiglie:

  • il tronco cavo, chiuso con una tavola, dal quale si raccoglie il miele solo asfissiando le api e distruggendo i favi: apicoltura non razionale;
  • la cupola di paglia o di vimini intrecciati: rovesciando una cupola sull’altra le api migrano e il miele si può prelevare senza ucciderle, un’apicoltura semi-razionale.

Ogni regione aveva le sue varianti, costruite con il materiale del posto.

Il bugno sardo di sughero

Il manuale di apicoltura dell’agenzia regionale LAORE Sardegna descrive il “classico bugno sardo di sughero”, un tronco cavo verticale in cui la famiglia costruisce i propri favi saldandoli al tetto e alle pareti: si possono estrarre solo staccandoli, senza poterli riposizionare. Il dato che sorprende è la sua longevità. Secondo lo stesso manuale l’allevamento rustico rappresentava in Sardegna circa il 90% dell’apicoltura fino ai primi anni Ottanta. A cancellarlo quasi del tutto è stata la varroa, che impone di controllare a fondo lo stato sanitario dei favi.

Le arnie di ferula in Sicilia

In Sicilia l’arnia villica tipica era un parallelepipedo di fusti di ferula, la stessa pianta che Varrone e Columella elencavano duemila anni prima. Sui Monti Iblei questa tradizione ha avuto i suoi artigiani, i fascitrari. Sebastiano Pulvirenti di Sortino, ultimo mastro fascitraru, di famiglia di fascitrari e ceraioli, è iscritto nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia come Tesoro umano vivente; la sua storia è raccolta nel libro Apicoltura per amore (Edizioni Montaonda), presentato nel 2025 al Parco archeologico di Selinunte.

Le arnie delle Alpi orientali

In Val Resia, in Friuli, si è usata fino agli anni Settanta del Novecento l’arnia resiana, orizzontale e a favi fissi, semi-razionale. Sul Carso triestino e isontino era diffusa l’arnia Žnideršič, verticale a due piani con telaini mobili, ideata dallo sloveno Anton Žnideršič (1874-1947) e rimasta in uso fino a pochi anni fa. Per i modelli di oggi trovi un confronto nella nostra guida ai tipi di arnie.

Ottocento: l’ape italiana conquista il mondo

La ligustica entra nella scienza e nel commercio

Nel 1806 l’entomologo Massimiliano Spinola, di nobile famiglia genovese, descrive l’ape delle sue terre come Apis ligustica, oggi Apis mellifera ligustica: è la sottospecie che porta il nome della Liguria. Docile, prolifica e produttiva, a metà Ottocento diventa un prodotto d’esportazione. Il centro più celebre è Dolo, sulla Riviera del Brenta, dove l’azienda del maggiore Hruschka, ufficiale austriaco stabilitosi nel Veneziano dopo il congedo, spedisce api italiane e attrezzature in Germania.

Negli Stati Uniti, secondo l’American Bee Journal, l’ape ligure arriva dopo tentativi falliti nel 1858 e nel 1859 e si stabilisce nel 1860. Da allora la ligustica e le sue linee derivate sono tra le api più allevate al mondo. Sulle sottospecie presenti oggi in Italia, e sulle regole regionali che le tutelano, abbiamo scritto una guida alle razze di api.

1865: lo smielatore nasce in Veneto

A Dolo Hruschka mette a punto nel 1865 lo smielatore centrifugo: i favi, disopercolati, vengono fatti girare e il miele esce per forza centrifuga, lasciando intatta la cera. Lo presenta al congresso di Brno nel 1865 senza grande successo e lo ripropone nel 1868 a Darmstadt, dove si afferma. Insieme all’arnia a telaini mobili di Langstroth (1851) e al foglio cereo, è uno dei tre strumenti che fondano l’apicoltura razionale: i favi vuoti tornano nell’arnia e le api risparmiano la cera. La tecnica di oggi è nella nostra guida alla smielatura.

Le prime associazioni e le prime riviste

Il 1867 è l’anno di nascita dell’apicoltura organizzata in Italia:

  • a Verona la Società di apicoltori, presieduta dal cavalier Edoardo De Betta, pubblica dal 15 febbraio 1867 la rivista L’Ape Italiana e apre una scuola di apicoltura; nel 1868 nomina Hruschka socio onorario;
  • a Milano nasce l’Associazione centrale d’incoraggiamento per l’apicoltura in Italia, attiva fino al 1919, che promuove incontri, prove di arnie e attrezzi, esposizioni annuali e dal primo gennaio 1868 il mensile L’Apicoltore.

Dal 1871 si tengono i congressi apistici nazionali. Il trentino Giovanni Canestrini (1835-1900), zoologo darwinista e primo traduttore italiano dell’Origine delle specie, dà basi scientifiche all’apicoltura pratica con i suoi manuali, tra cui l’Apicoltura della collana Hoepli.

Quanti erano gli apicoltori nel 1872?

La relazione al disegno di legge sull’apicoltura presentato al Senato nel 1949 riporta i censimenti storici. Nel 1872 risultavano 14.497 apicoltori e 95.967 alveari, di cui appena 6.728 razionali e 89.239 villici: il 93% delle famiglie viveva ancora in bugni. Gli stessi relatori consideravano quei numeri sottostimati. Il dato dice comunque molto: a vent’anni dall’arnia di Langstroth e a pochi anni dallo smielatore, l’apicoltura italiana era ancora quella descritta da Columella, e le nuove associazioni nascevano proprio per sperimentare e diffondere arnie e attrezzi razionali.

Novecento: istituzioni, leggi e arnie razionali

Federazioni e prima legge

Nel 1904 nasce ad Ancona la Federazione apistica italiana, attiva fino al 1930. Dal suo congresso di Trieste del 1920 partono le richieste che portano alla prima legge nazionale: il regio decreto-legge 23 ottobre 1925, n. 2079, convertito nella legge 18 marzo 1926, n. 562, con il regolamento del 1927. Dal 1927 gli apicoltori sono inquadrati in una sezione della Confederazione fascista degli agricoltori; nel dopoguerra, al sedicesimo congresso nazionale di Ancona (25-27 ottobre 1947), nasce la Federazione apistica nazionale italiana.

L’Istituto nazionale di apicoltura di Bologna

Nel gennaio 1922 la Federazione di Ancona dà vita a un istituto di ricerca, che assume l’assetto definitivo nel gennaio 1931 come Istituto nazionale di apicoltura (INA), con sede a Bologna presso l’Istituto di zoocolture dell’Università, ed è eretto in ente morale il 20 marzo 1938. Nel 1949 i senatori lo definivano uno dei migliori, se non il migliore, d’Europa. Da quella struttura discendono la sezione di apicoltura del CRA (CRA-API) e oggi il gruppo di apidologia del CREA Agricoltura e Ambiente, che dal 1997 tiene l’Albo nazionale degli allevatori di api italiane (DM 20984/1997), con le sezioni ligustica e siciliana.

Dal bugno all’arnia a telaini

I censimenti mostrano la transizione. Nel 1928 si contavano 114.251 apicoltori e 632.325 alveari, quasi metà razionali (309.123); nel 1933 i numeri erano simili. Nel 1948 il censimento provvisorio, giudicato poco affidabile dagli stessi relatori, registrava 51.218 apicoltori e 520.922 alveari, di cui 419.696 razionali: la guerra aveva ridotto il patrimonio, ma l’arnia a telaini aveva ormai superato il bugno.

Il Laboratorio apistico del Friuli ricorda anche l’arnia di Luigi Sartori (Fiera di Primiero 1834, Milano 1921), simile alla Žnideršič. Nel corso del Novecento si impone però la Dadant-Blatt, l’arnia verticale derivata dal modello di Charles Dadant adattato da Johann Blatt, con nido e melario alto la metà, oggi standard nazionale: misure e conduzione sono nella guida all’arnia Dadant-Blatt.

Api locali e api importate

Nella seconda metà del secolo il commercio di regine cambia la geografia genetica. In Trentino, secondo lo studio della Fondazione Mach di Fontana e colleghi (2012), l’ape carnica è stata introdotta a partire dagli anni Sessanta, sostituendo in molte valli le popolazioni locali. In Friuli Francesco Nazzi (Università di Udine, Apidologie, 1992) documenta popolazioni ibride tra ligustica e carnica, in parte per ragioni naturali di confine. In Sicilia l’ape nera, quasi scomparsa sotto la pressione della ligustica importata, viene recuperata dall’entomologo Pietro Genduso e poi dall’apicoltore Carlo Amodeo, e diventa un Presidio Slow Food.

Dagli anni Ottanta a oggi

La varroa chiude l’epoca dei bugni

Nel 1981 arriva in Italia Varroa destructor, segnalata per la prima volta vicino al confine sloveno e diffusa in pochi anni in tutta la penisola, come ricorda la Fondazione Mach. Per l’apicoltura villica è la fine: un bugno a favi fissi non si può ispezionare né trattare favo per favo, e dove sopravviveva, come in Sardegna, scompare quasi del tutto. Per il controllo attuale trovi le linee guida nella nostra pagina sulla varroa.

Seguono altre emergenze: il coleottero Aethina tumida, scoperto in Calabria nel 2014, ancora presente nella regione e dal 2024 anche nel Messinese, e il calabrone asiatico Vespa velutina, arrivato dalla Francia con la prima cattura a Loano, in Liguria, nel 2012.

Le regole di oggi, figlie di questa storia

La legge 24 dicembre 2004, n. 313, riconosce l’apicoltura come attività di interesse nazionale utile alla conservazione dell’ambiente e dell’agricoltura e tutela la razza di ape italiana, la ligustica, e le “popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine”, categoria a cui si riconducono la sicula e gli ibridi naturali del Nord-Est. È la risposta normativa a un secolo di importazioni e di ibridazioni.

Quanti sono gli apicoltori italiani oggi?

Il report annuale dell’Osservatorio Nazionale Miele sulla stagione 2025, basato sul censimento in Banca dati nazionale di novembre-dicembre 2024, conta 78.017 apicoltori e 1.554.475 alveari. Rispetto al 1872 gli alveari sono sedici volte di più, e quasi tutti a telaini mobili.

Musei per vedere la storia da vicino

  • Museo apistico di Bologna, presso la sede storica dell’Istituto nazionale di apicoltura in via di Saliceto 80: arnie usate in diverse zone d’Italia tra Ottocento e Novecento, utensili, modelli in legno di apiari rurali, tavole anatomiche della Facoltà di Agraria e uno smielatore tedesco di metà Ottocento, tra i primi usati. Il Ministero della Cultura consiglia di contattare il museo prima della visita.
  • Museo dell’apicoltura Plattner, a Costalovara sul Renon (Bolzano): bugni e arnie tradizionali, estrazione e lavorazione di miele, cera e propoli in un maso dolomitico ancora abitato, aperto ogni giorno da aprile a ottobre.

Cronologia della storia dell’apicoltura in Italia

Data Evento
circa 13.000 anni fa cera d’api sulle pietre dipinte del Riparo Dalmeri (Altopiano dei Sette Comuni)
VII secolo a.C. elmo dei Veneti antichi con figura d’ape (San Severino Marche)
37 a.C. Varrone, De re rustica, libro III, cap. 16
anni 30 a.C. Virgilio, Georgiche, libro IV, con la bugonia
I secolo d.C. Columella, De re rustica, libro IX; Plinio, Naturalis historia, libro XI
1539 pubblicazione de Le Api di Giovanni Rucellai
1625 Melissographia e Apiarium di Cesi e Stelluti, Accademia dei Lincei
1793 Antonio Turra, Istruzioni per coltivar utilmente le api
1806 Spinola descrive Apis ligustica
1860 la ligustica si stabilisce negli Stati Uniti
1865 Hruschka inventa lo smielatore centrifugo a Dolo
1867 L’Ape Italiana a Verona e Associazione centrale d’incoraggiamento a Milano
1868 primo numero de L’Apicoltore
1872 primo censimento: 14.497 apicoltori, 95.967 alveari
1904 Federazione apistica italiana ad Ancona
1925-1926 prima legge nazionale sull’apicoltura
1931 Istituto nazionale di apicoltura a Bologna
1981 prima segnalazione della varroa in Italia
1997 Albo nazionale degli allevatori di api italiane
2004 legge 313 sulla disciplina dell’apicoltura
2012 e 2014 arrivo di Vespa velutina e di Aethina tumida

Cosa insegna questa storia all’apicoltore di oggi

  • I materiali contano. Columella preferiva il sughero perché isola: è lo stesso ragionamento che oggi fa scegliere legno spesso, coprifavo isolato e arnie ben esposte.
  • Distruggere per raccogliere era la norma. Apicidio, zolfo e favi tagliati sono finiti solo con telaini e smielatore: un’arnia a favi mobili è prima di tutto uno strumento di controllo sanitario, come ha dimostrato la varroa.
  • Contare le api è una vecchia abitudine. Dal censimento del 1872 a quello del 1948 lo Stato ha sempre voluto sapere quanti alveari c’erano e di che tipo. Oggi lo fa l’anagrafe apistica nella Banca dati nazionale, con il censimento annuale tra il 1° novembre e il 31 dicembre: è grazie a questi dati che sappiamo quanto è cresciuto il patrimonio apistico italiano.
  • L’apicoltura razionale nasce dall’osservazione. Varrone calcolava il reddito, Columella confrontava i materiali, Stelluti guardava le api al microscopio, Hruschka misurava il tempo risparmiato dalla centrifuga. L’apicoltura razionale è il risultato di secoli di prove annotate: tenere un quaderno di apiario, con date di fioriture, raccolti e trattamenti, è il modo più semplice per continuare quella tradizione.
  • L’ape italiana è un patrimonio. La ligustica descritta nel 1806 e la sicula salvata dall’estinzione sono il risultato di condizioni locali; comprare regine adatte alla propria zona è una scelta che la legge 313/2004 e diverse leggi regionali tutelano.

Per altri approfondimenti visita la nostra rubrica storia e cultura.

Domande frequenti

Chi ha scritto di api nell'antica Roma?

I testi principali sono quattro. Varrone dedica alle api il capitolo 16 del terzo libro del De re rustica, Virgilio l'intero quarto libro delle Georgiche, Columella il nono libro del De re rustica, Plinio il Vecchio buona parte dell'undicesimo libro della Naturalis historia. Columella cita come predecessori anche Igino e Celso, le cui opere sulle api sono andate perdute.

Cos'è la bugonia di cui parla Virgilio?

È la credenza antica secondo cui uno sciame poteva nascere dalla carcassa in putrefazione di un bue o di un vitello. Virgilio descrive il rito nelle Georgiche, libro IV, versi 281-314, e lo collega al mito di Aristeo, il pastore che perde le sue api. Varrone la riporta come opinione corrente. L'idea della generazione spontanea resistette fino al Seicento.

Che cosa sono le arnie villiche o bugni?

Sono le arnie tradizionali a favi fissi, usate prima dei telaini mobili: tronchi cavi, cilindri di sughero, cassette di ferula, cupole di paglia. Le api saldano i favi alle pareti, quindi il miele si estrae solo staccandoli e spesso distruggendo la famiglia. In Sardegna rappresentavano circa il 90% degli alveari fino ai primi anni Ottanta.

Chi ha inventato lo smielatore?

Lo smielatore centrifugo fu ideato nel 1865 dal maggiore Hruschka, ufficiale austriaco in congedo che allevava api a Dolo, nella Riviera del Brenta, ed esportava ligustiche in Germania. Lo presentò al congresso di Brno nel 1865 con scarso successo, poi a Darmstadt nel 1868. Permette di estrarre il miele senza distruggere i favi, che tornano nell'arnia.

Perché l'ape italiana si è diffusa nel mondo?

Per docilità, prolificità e buona produttività la ligustica, descritta da Massimiliano Spinola nel 1806 su api liguri, fu esportata dall'Ottocento in tutta Europa e oltre. Negli Stati Uniti arrivò dopo tentativi falliti nel 1858 e 1859, con successo nel 1860. Da Dolo, nel Veneziano, Hruschka la spediva regolarmente agli apicoltori tedeschi.

Qual è la prima associazione di apicoltori in Italia?

Nel 1867 nacquero quasi insieme due realtà: la Società di apicoltori di Verona, che dal 15 febbraio 1867 pubblicava L'Ape Italiana, e l'Associazione centrale d'incoraggiamento per l'apicoltura in Italia, a Milano, attiva fino al 1919. Il mensile milanese L'Apicoltore uscì il primo gennaio 1868. Dal 1871 si tennero i congressi apistici nazionali.

Quando è arrivata la varroa in Italia?

La prima segnalazione italiana di Varroa destructor risale al 1981, nell'area vicina al confine sloveno, e nel giro di pochi anni l'acaro si è diffuso in tutta la penisola. Il suo arrivo ha segnato la fine quasi completa delle arnie villiche, perché il controllo sanitario richiede favi mobili da ispezionare uno per uno.

Dove si possono vedere arnie antiche in Italia?

Il Museo apistico di Bologna, presso la sede storica dell'Istituto nazionale di apicoltura in via di Saliceto, espone arnie italiane dell'Ottocento e del Novecento, modelli di apiari rurali e uno dei primi smielatori. A Costalovara, sul Renon, il Museo dell'apicoltura Plattner mostra bugni e arnie tradizionali in un maso dolomitico.

Fonti

  1. Varrone, De re rustica, libro III, capitolo 16 (testo latino e traduzione inglese di W. D. Hooper e H. B. Ash, Loeb), LacusCurtius, University of Chicago
  2. Columella, Res rustica, libro IX (testo latino), Classics Library, A. Gadsden
  3. The Natural History of Pliny, vol. 3, libro XI (trad. J. Bostock e H. T. Riley), Project Gutenberg
  4. Bugonia and the Aetiology of Didactic Poetry in Virgil, Georgics 4 (P. Glauthier, Classical Quarterly, 2020), Cambridge University Press
  5. Le api di Rucellai (scheda Le api), Encyclopaedia Britannica
  6. Storia del microscopio: Cesi, Stelluti, la Melissographia e l'Apiarium (1625), Museo Galileo, Firenze
  7. La storia millenaria dell'apicoltura veneta (P. Fontana, in Api e apicoltura, Quaderno 21, 2020), Veneto Agricoltura e Fondazione Edmund Mach
  8. Disegno di legge n. 425, Norme per la tutela dell'apicoltura, con relazione storica (1949), Senato della Repubblica
  9. Manuale di apicoltura (a cura di M. Piu), Agenzia LAORE Sardegna, pubblicato da apicolturaonline.it
  10. La casa delle api: evoluzione delle arnie in Friuli e nel mondo (giugno 2023), Laboratorio Apistico Regionale FVG, Università di Udine
  11. L'ultimo mastru fascitraru dei Monti Iblei: la sua storia in un libro sulle api, Balarm
  12. Museo apistico di Bologna, Ministero della Cultura
  13. Museo dell'apicoltura Plattner, Renon, ISPRA, rete dei musei naturalistici
  14. The Ligurian Honey Bee (G. R. Campbell, vol. 159, n. 7, luglio 2019), American Bee Journal
  15. Disciplinare e norme tecniche dell'Albo nazionale degli allevatori di api italiane, CREA, Centro di ricerca Agricoltura e Ambiente
  16. Legge 24 dicembre 2004, n. 313: disciplina dell'apicoltura, Gazzetta Ufficiale, testo in FAOLEX
  17. Il patrimonio apistico trentino: passato, presente e prospettive future (P. Fontana et al., 2012), Fondazione Edmund Mach, Terra Trentina
  18. Conoscere e controllare la Varroa in Trentino, Fondazione Edmund Mach
  19. Ape nera sicula (Presidio Slow Food), Fondazione Slow Food per la Biodiversità
  20. Monitoraggio produzione e mercato del miele, report annuale stagione 2025 (dati BDN, censimento novembre-dicembre 2024), Osservatorio Nazionale Miele, pubblicato da Apicoltore Moderno